mercoledì 13 luglio 2016

Olivetti & Le Corbusier, l’ingeniere e l’architetto

Adriano Olivetti morì alla fine di febbraio del 1960 e uno degli articoli commemorativi di più intensa partecipazione lo firmò Le Corbusier. «Egli desiderava realizzare il sogno di una nuova società sulla terra e non lo rimandava a scadenze imprecisate», scriveva l’architetto. La morte, improvvisa e prematura (l’ingegnere non aveva sessant’anni), giunse mentre fra Olivetti e il progettista prendeva corpo l’intesa per costruire la sede del nuovo Centro di calcolo elettronico, cioè dello stabilimento in cui sarebbero stati alloggiati i progenitori dei computer, le macchine alle quali l’azienda d’Ivrea lavorava dalla metà degli anni Cinquanta e che avrebbero aperto le porte all’informatica. Una rivoluzione, suggellata dall’incontro fra due persone che si erano avvicinate più volte nei decenni, si erano cercate e studiate, ma che si erano solo sfiorate, nonostante la sintonia su che cosa dovesse fare un’industria, su come dovesse esser costruita e dovesse riflettere un certo tipo di organizzazione sociale.

Ma anche quel momento durò pochissimo. Appena un contatto, prima che Olivetti morisse. Le Corbusier continuò a lavorare per l’azienda di Ivrea insieme a Roberto, il figlio di Adriano, e mise a punto il progetto di un grande stabilimento che sarebbe dovuto sorgere a Rho, in una zona di campagna a nord-ovest di Milano, lungo l’autostrada per Torino. Lo stabilimento
non fu mai costruito, ma restano i progetti, i disegni e i calcoli. E resta, come un sedime culturale, il dialogo a distanza di
due intelligenze novecentesche che hanno creduto nell’innovazione, nel senso di comunità che parte dalla fabbrica e si estende a un territorio e a una città concepiti sulla misura dell’uomo. Questa avventura è raccontata da Silvia Bodei in un libro pubblicato nel 2014 da Quodlibet e che s’intitola
 


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